Quanto è importante il coinvolgimento sui social media per un’azienda?

Quanto è importante il coinvolgimento sui social media per un’azienda?

A chi non piace andare sui social? In questi ultimi anni, il coinvolgimento crescente degli utenti su questi canali ha portato numerose aziende a tenere sempre di più in considerazione i vantaggi offerti da questo tipo di interazione online. E questo perché siamo davvero in tantissimi a trascorrere parte della nostra giornata, chi più (ore) chi meno (minuti), davanti allo schermo del nostro smartphone, sbirciando, commentando e condividendo qua e là i contenuti che ci offrono prontamente i feed di Facebook e Instagram. (altro…)

Per Tik Tok un 2020 tutto in salita: il CEO Kevin Mayer lascia dopo appena 3 mesi

Per Tik Tok un 2020 tutto in salita: il CEO Kevin Mayer lascia dopo appena 3 mesi

Il CEO di Tik Tok, Kevin Mayer, ha deciso di lasciare la compagnia cinese regina dei brevi video musicali, dopo appena 3 mesi di attività. A darne per primo la notizia il Financial Times che ha rintracciato la comunicazione ufficiale in una mail interna. Il motivo? Una serie di cambiamenti nel “contesto politico” che renderebbero indispensabile una revisione della “struttura interna della compagnia”.

Kevin Mayer non è proprio un novellino: è stato un membro di spicco in Disney, coordinando il lancio della nuova fortunata app di streaming video Disney+. Ha inoltre seguito da vicino alcune tra le acquisizioni più rilevanti del colosso dell’intrattenimento, tra cui Marvel nel 2009, Lucasfilm nel 2012 e della 21st Century Fox l’anno scorso.

Questa è soltanto l’ultima delle cattive notizie che hanno colpito il social preferito dai giovanissimi e la sua proprietaria, ByteDance. Per Tik Tok il 2020 non è stato un anno roseo, in effetti. 

A mettere in difficoltà la compagnia è stata, in particolare, una serie di provvedimenti di gravità crescente messi in atto dall’attuale amministrazione Trump.

Già il 7 luglio scorso, il Segretario di Stato, Mike Pompeo, aveva annunciato alcuni provvedimenti per arginare il pericolo proveniente dalle tech companies cinesi, sospettate di utilizzare impropriamente i dati degli utenti americani che ne utilizzano servizi e prodotti.

Il 6 agosto il POTUS in persona, Donald J. Trump, ha deciso di inserire la ByteDance in una lista di “straordinarie minacce alla sicurezza nazionale” (insieme a Huawei per fare un nome) contenuta nell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA). In più, ha sancito che tutte le attività di base in America del social network cinese dovranno essere cedute entro il 20 settembre di quest’anno ad una compagnia americana, pena l’esclusione definitiva dell’applicazione dal territorio statunitense.

Al momento, le trattative più promettenti sembrano essere quelle con Microsoft che ha dichiarato di poter concludere l’affare già entro il 15 settembre. Diversi altri nomi di rilievo si sono avvicendati nei giorni scorsi, come Twitter, Oracle e Netflix, attirati dall’eccezionale possibilità di rivaleggiare con Instagram e YouTube sul loro stesso terreno.

Il 24 agosto, infine, Tik Tok ha deciso di reagire citando in giudizio la stessa amministrazione Trump per l’ingiusta esclusione dal mercato americano. Un mercato da ben 100 milioni di utenti. Non proprio briciole, insomma.

Il futuro (prossimo) di Tik Tok nel 2020

Be’, inutile dire che il danno provocato da queste decisioni sarà catastrofico per l’azienda cinese. Il duello Tik Tok vs. Trump, al di là del risultato finale o di chi abbia ragione, rischia di danneggiare qualcosa di più importante del bilancio.

Ad essere in bilico è la stessa credibilità dell’applicazione, e, cosa ancora più grave, non soltanto sul territorio americano. Non sono pochi gli utenti che si stanno ponendo domande come: “Ma perché il governo statunitense ha deciso addirittura di escludere Tik Tok dal suo paese? È davvero soltanto l’ennesimo attacco economico alla Cina, o c’è un fondo di verità?”.

Dopotutto, in quanto social network, Tik Tok deve garantire la sicurezza dei dati dei suoi utenti e il loro corretto e trasparente utilizzo se vuole continuare ad offrire il suo servizio.

La credibilità, in questo settore, è più importante del mero guadagno e può determinare rapidamente la disfatta del più grande dei big players in pochi mesi, influenzando stakeholders, azionisti e titoli in borsa. Sarà questo il destino di Tik Tok per questo 2020? Ai posteri l’ardua sentenza.

Liliana Segre e gli insulti online: una battaglia sempre più reale

Liliana Segre e gli insulti online: una battaglia sempre più reale

Abbiamo spesso parlato, purtroppo, di come i social possano essere veicolo di odio, discriminazione, paura. Di quanto sia importante assumersi le proprie responsabilità nei confronti dei contenuti che pubblichiamo. Di quali potessero essere le possibili soluzioni, perché non…

Ecco, perché non… cosa?

Cos’è di preciso che stiamo cercando di evitare? A cosa porre rimedio prima che sia troppo tardi? Cosa ci spaventa?

Posso dire che, almeno per quanto mi riguarda, quel che mi spaventa è sapere che una donna di invidiabile fibra morale e di altissimi valori, oggi nel 2019, debba camminare con una scorta armata per via degli insulti sui social network.

E già così, sarebbe abbastanza. Ma c’è di più. 

È una donna di 89 anni. È una senatrice a vita della Repubblica italiana. 

È una sopravvissuta all’olocausto.

UNA COMMISSIONE CONTRO L’ODIO

Ma cominciamo dall’inizio.

Il 30 ottobre di quest’anno viene approvata con 151 voti al Senato la formazione di una commissione contro il razzismo e l’antisemitismo. La proposta proviene da Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti e, adesso, presidente della sopracitata commissione.

I compiti della commissione sono principalmente due:

  1. Esaminare preventivamente le proposte di legge in materia ed eventualmente approvarle in maniera più celere del normale iter (compito di ogni commissione senatoriale nella propria materia d’appartenenza);
  2. Servire da stimolo a un dibattito politico che tenga maggiormente in considerazione fenomeni di discriminazione razziale, qualunque ne sia la forma.

Ora, una commissione del genere diciamo che si è resa, nostro malgrado, necessaria visto il clima di odio e paura che ormai sembra essersi stabilito un po’ in tutto lo stivale. Ci si aspetterebbe, quindi, che una proposta del genere venga approvata a larghissima maggioranza.

E così è stato, se non fosse per la coalizione di centro-destra che con i suoi 98 esponenti ha deciso di astenersi. Secondo il capitano Salvini il motivo sarebbe da ricondursi – sai che novità – alla sinistra che, a suo dire, avrebbe potuto bollare come razzismo un sano e inviolabile principio che anima il centrodestra italiano ormai da qualche anno, il #primagliitaliani.

L’odio contro la commissione

Premetto che qui non si mette in dubbio l’operato di questo o di quel partito, per carità.

È però certamente lecito assumere che un segnale di questo tipo da parte della classe politica possa aver incoraggiato, involontariamente, un’esplosione incontrollata del buon vecchio odio anti-semita contro Liliana Segre.

Quest’esplosione in questo caso è avvenuta principalmente attraverso i social network, sui quali la Segre ha dichiarato di aver ricevuto centinaia di insulti razzisti al giorno nel periodo di approvazione della commissione. Ma non solo.

Vi sono state anche manifestazioni ben più reali di un post di odio razziale, che hanno destato l’attenzione delle istituzioni. Da qui, la decisione di assegnare una scorta armata composta da due carabinieri alla senatrice a vita.

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Un’indecoroso striscione in occasione di un evento organizzato dalla senatrice. (https://tinyurl.com/y3c4g6a2)

DOMANDE, DOMANDE, DOMANDE…

La soluzione adottata sicuramente funge da deterrente contro qualunque malintenzionato, ma non è questo il punto.

Ciò che davvero ci interessa è se è possibile contrastare il problema. È la risposta, almeno al momento attuale, è più no che sì.

Da un punto di vista giuridico, anche se non sono certamente un esperto, contrastare ondate di insulti online di questo tipo è particolarmente complesso. Il volume di messaggi e post indirizzati alla senatrice a vita è molto al di là del controllo umano, e si tratta di una porzione relativamente piccola di utenti.

Anche se spesso lo fanno alla luce del sole, con nome e cognome in bella vista, i responsabili degli attacchi sono davvero troppi per essere perseguiti singolarmente.

Per di più non esistono gli strumenti giuridici per identificare con precisione tutte le sfumature di questi insulti. Quando un insulto viene considerato lesivo di un’altra persona sui social network? Quali sono i parametri per identificarli?

A questo si aggiunge la complessità e la natura viralità dei mezzi utilizzati. Condividere un post contenente un insulto è a sua volta reato?

Tutti questi interrogativi cominciano a essere un serio problema nell’identificare delle strategie efficaci contro un problema nato in rete, che adesso assume contorni sempre più definiti nella realtà.

MEGLIO UNA SOLUZIONE CONCRETA

Proprio per questo forse è il momento giusto per proporre delle soluzioni concrete.

Se c’è una speranza di prevenire, o quantomeno spegnere sul nascere, focolai di questo tipo, va ricercata nella possibilità di segnalare i post a base di odio. Abbiamo già parlato dell’importanza di una content policy efficace, ma a questo punto non è sufficiente.

Bisogna snellire le procedure di segnalazione dei contenuti. Anche se gli utenti possono segnalare, infatti, i tempi necessari ai vari social network per elaborare le richieste e risolverle sono ancora troppo lunghi e l’odio tende a diffondersi molto in fretta.

Quel che davvero servirebbe, quindi, è un intervento più strutturato e ben integrato con le istituzioni. Data la varietà di scenari internazionali in cui si muovono i social network, non è da escludere la possibilità di dare vita a vere e proprie ambasciate dove necessario.

Rappresentanze dei vari social, in grado, in situazioni particolarmente ostiche, di contrastare efficacemente fenomeni di questo tipo sia da un punto di vista sistemico che da un punto di vista giuridico.

In questo modo sarà possibile anche aumentare la velocità delle operazioni di segnalazione, potendo le istituzioni e le forze dell’ordine interfacciarsi direttamente con le piattaforme scambiandosi le informazioni necessarie molto più agevolmente.

Il tempo è tutto. Bloccare fin da subito determinati utenti e impedire la diffusione di certi post può essere vitale nel contrastare gli haters

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La folla di 5000 persone a Milano in sostegno di Liliana Segre. (cortesia di milano.repubblica.it)

COMBATTERE L’ODIO SENZA ODIARE

Nonostante la solidarietà del mondo politico e non, sembra che la senatrice abbia confidato di non avere intenzione di proseguire il suo lavoro con la commissione

In molti hanno cercato di dissuaderla, asserendo che mancando la sua guida verrebbe meno anche l’autorità e l’efficacia di questa commissione contro il razzismo.

Sinceramente, non mi sento di biasimarla se dovesse prendere questa decisione. Ha vissuto quel che è probabilmente l’evento più terrificante e brutale che la storia ricordi. Da bambina.

Chiederle anche questo da parte nostra è troppo. Noi abbiamo la possibilità di combattere. Noi abbiamo le energie che a lei, giustamente, mancano. Energie che però non vanno impiegate con post di solidarietà.

Perché anche se queste battaglie nascono dal web è nella vita di tutti i giorni che provocano i danni maggiori. Ed è lì che vanno combattute.

Per fortuna, qualcuno che combatte c’è. E sono convinto che ci sarà sempre. Credo.

Basterà un ID contro l’hate speech online?

Basterà un ID contro l’hate speech online?

È di qualche giorno fa la proposta avanzata dal deputato renziano Luigi Marattin che propone una soluzione quanto mai drastica per fermare l’avanzata dell’hate speech online: l’iscrizione ai social network tramite documento d’identità.

Una proposta che al momento si è concretizzata in una raccolta firme, ma niente di più. 10.000 firme per eliminare alla radice la bestia nera del mondo social, almeno in Italia. 

Questi sono i fatti. Adesso, però, è il momento di andare oltre e guardare alla questione in modo diverso. Cercando di capire i motivi di questa proposta e le conseguenze della sua – seppur improbabile – attuazione.

L’imputata

La proposta al momento si trova sul sito del nuovo partito a conduzione renziana Italia Viva. In cima alla pagina campeggia un titolo eloquente: Basta fake: stop ai profili falsi sui social network.

Paragonando Facebook, Twitter ed Instagram ad editori di giornale che dovrebbero controllare le loro fonti, la proposta sarebbe quella di associare ad ogni profilo un documento identificativo per poter eventualmente rintracciare e perseguire gli odiatori professionisti.

La ragione sarebbe la cattiva influenza di questi profili falsi che – cito testualmente – drogano la discussione politica sulla rete

Purtroppo il testo non dice molto altro, ad esempio, sul come realizzare un collegamento efficiente tra le piattaforme sopracitate e lo Stato o i cittadini. 

L’obiettivo invece è molto chiaro: responsabilizzare cittadini troppo zelanti nell’esprimere la propria opinione e piattaforme troppo lavative quando si tratta di difendere la libertà d’espressione dei loro utenti.

hate speech online marattin
Il deputato di Italia Viva, Luigi Marattin.

Cos’è l’hate speech online?

Prima ancora di analizzare la proposta in sé, forse sarebbe utile dare una definizione di hate speech online. In questo caso, infatti, non si parla di semplice odio.

L’odio in sé non è un problema. Fa parte della natura umana e un mondo senza odio sarebbe un mondo incompleto – e poco proficuo per simpaticoni come me.

Quello che si combatte è l’odio divenuto persecuzione, aggressione, diffamazione, esclusione. È un odio che si converte in un’azione dannosa per chi ne è il bersaglio. Una violenza perpetrata lentamente e ripetutamente dal branco di haters.

Troppo bello per essere vero

Questo tipo di odio, nella maggioranza dei casi, non è difficile da rintracciare. Queste persone hanno nome e cognome in bella vista e dichiarano di esprimere liberamente la loro opinione, forti del sostegno dei loro commilitoni. 

Per cui per perseguire penalmente queste persone un documento d’identità, spesso e volentieri, non serve, avendo anche a disposizione l’IP di chi scrive.

Inoltre non sarebbe nemmeno applicabile una barriera all’ingresso tanto stringente. 

I social network sono entità che si muovono ben oltre i confini nazionali, quindi si interfacciano con molte realtà giuridiche diverse.

In genere, i social network non fanno grandi differenze tra un paese e l’altro facendo affidamento sulle proprie content policy che applicano indistintamente a tutti – sul come lo stiano facendo ne abbiamo già parlato.

Se un’eccezione deve esser fatta deve anche valerne la pena. È il caso della Cina, ad esempio, che ha imposto regole tutte sue ai social network più famosi che, per non perdere una gran bella fetta d’utenza, hanno ceduto alle restrizioni del PPC che ci tiene a tenere sotto controllo i propri cittadini.

L’Italia, semplicemente, non ha questo privilegio. Non ha l’autorità per imporre una restrizione tanto pesante a un gigante come Facebook, che probabilmente ignorerebbe una richiesta del genere vista la ridotta utenza italiana e le infrastrutture obsolete. Insomma, il gioco non vale la candela, neanche se rossa, bianca e verde.

Se a questo aggiungiamo, come molti prima di me hanno fatto notare, l’incognita della sicurezza nel cedere a delle multinazionali il controllo sui documenti d’identità di mezza popolazione, è facile capire le critiche mosse al deputato circa la sua proposta.

hate speech online proposta
La proposta sul sito di Italia Viva è ancora disponibile. Certo, se siete ancora interessati…

What if..?

Ma poniamo per assurdo che la cosa vada in porto. Che Facebook, Twitter & company accettino di buon grado di farsi carico di quest’onere. 

Quali potrebbero essere le conseguenze?

Innanzitutto potremmo essere messi da parte nelle strategie di marketing sul web di grandi compagnie. Questo perché targetizzare il pubblico italiano con una sponsorizzata sulle piattaforme social significherebbe andare incontro a delle limitazioni: il profilo o la pagina responsabile dovrebbe essere registrata con un documento d’identità italiano, pena l’impossibilità di accedere.

In più, limitando l’accesso alle piattaforme, anche il bacino d’utenza si ridurrebbe drasticamente, riducendo ancor di più l’attrattività del nostro paese.
Come conseguenza a questo processo, probabilmente l’utenza esclusa da queste restrizioni si sposterebbe su altre piattaforme, visto che la proposta non sembra riconoscere altri social che non siano Facebook, Twitter e Instagram. O, senza troppe difficoltà, usare delle VPN per accedere indisturbati alla rete italiana nascondendosi dietro IP stranieri, non rintracciabili.

Soluzioni semplici a problemi complessi

Quale che sia il punto di vista, la proposta contro l’hate speech online di Luigi Marattin non sembra una grande idea. Non perché manchi di buona volontà, sia chiaro. Non è un processo all’intenzione. Semplicemente non si è presa sul serio la questione.

L’odio in rete è un problema serio e proprio per questo andrebbe trattato in modo altrettanto serio. Se devono essere presi dei provvedimenti in merito devono essere pensati e strutturati con una consapevolezza di fondo.

Questo dibattito potrebbe essere la svolta necessaria per dar vita a delle azioni concrete nel garantire il rispetto del prossimo anche in rete. Magari sarà proprio Marattin a ravvedersi. C’è speranza per tutti in fondo.