Sono molte le cose che oggi diamo per scontate. La libertà di pensiero, di parola, di espressione, religiosa, sessuale. La libertà, in genere, è alla base di ogni moderno Stato liberaldemocratico. Giusto?

In realtà non è proprio così. 

Molte sono le democrazie corrotte e gli Stati che ancora persistono in modelli dittatoriali repressivi e intransigenti circa lo “stile di vita occidentale”.

Per fortuna, grazie al miracolo di Internet, l’informazione viaggia veloce. Così scopriamo cosa significa vivere senza quelle verità tanto scontate e la prima cosa che facciamo è condividere. 

Perché pensiamo che tutti debbano sapere. Siamo convinti che in qualche modo stiamo contribuendo a cambiare la situazione. E pensiamo che quel like, quell’upvote, quel retweet, quel post scritto di cuore possa sensibilizzare i nostri amici e conoscenti.

Oggi, vi parlerò proprio di questo. Di come le guerre, anche quelle intestine, vengono combattute con la più temibile delle armi: la sensibilizzazione.

HK protesters

Ma prima, un breve riassunto delle puntate precedenti.
Siamo in Cina, ma è come se non lo fossimo in tutto e per tutto. Hong Kong è una città-stato con regole sue, una sorta di zona franca all’interno della RPC dove il capitalismo ha avuto la meglio.

Oggi Hong Kong è in guerra. Una guerra combattuta per le strade ma non solo, come presto scoprirete, scaturita da un disegno di legge che rischiava di mettere a repentaglio quel particolare stato di diritto. Una legge che avrebbe consentito al governo di estradare i sospetti colpevoli di determinati crimini in alcune destinazioni quali Cina, Macao, Taiwan e altri 20 Stati con i quali l’esecutivo di Hong Kong aveva già preso accordi.

Le manifestazioni oceaniche delle poche settimane hanno decretato il ritiro frettoloso di questo disegno di legge da parte di Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong. Non si sa ancora se per calmare le acque o semplicemente per dividere i moderati dagli estremisti, permettendo alle forze dell’ordine di sedare il movimento. Nessuno dei due obiettivi è stato, a oggi, raggiunto.

Le proteste continuano.

Gli obiettivi adesso sono diversi, anche più ambiziosi di quelli iniziali, ma la partecipazione è la stessa dei primi giorni: migliaia di persone lottano – più o meno pacificamente – per chiedere una libertà “occidentale” che Pechino non intende concedere.

Ma non è solo nelle strade che si combatte. Il nuovo campo di battaglia nelle lotte per i diritti civili è meno tangibile ma certamente più efficace. Sto parlando di Twitter.

proteste hong kong
La tristemente celebre immagine della protesta a piazza Tianmen. Immagine bandita sul territorio cinese.

cinguettii di protesta

Twitter è, di fatto, bloccato in Cina. E non è la sola restrizione che la RPC ha imposto ai più famosi servizi sul web: Google, Facebook, Instagram e molti altri hanno dovuto cedere a delle limitazioni anche piuttosto pesanti circa la libertà di espressione degli utenti cinesi.

Nomi a noi sconosciuti, come Baidu, Weibo o WeChat, si sono sostituiti ai più amati dei servizi sopracitati, rendendo più semplice al governo cinese filtrare le informazioni che entrano all’interno del paese e la loro condivisione.

Capirete perché, a questo punto, gli HK protesters abbiano scelto proprio Twitter per diffondere il loro messaggio e per coordinare le manifestazioni.

Meno strettamente controllato dal governo, anche se meno accessibile, Twitter era già un luogo dove i dissidenti avevano modo di esprimersi e di diffondere i loro messaggi.

Questi stessi dissidenti si sono trasformati in insegnanti per tutti i partecipanti alle proteste che si ritrovano oggi a utilizzare la piattaforma per la prima volta, pur di restare aggiornati circa le manifestazioni.

Eppure c’è un motivo di gran lunga più importante per il quale Twitter è stato scelto.

Tattiche di Social Guerrilla

I manifestanti fino a quel momento avevano usato mega-chat e canali Telegram, oltre a Facebook. Strumenti certamente efficaci, ma limitati.

Telegram è pur sempre un’app di messaggistica, per cui le sue possibilità di diffusione sono circoscritte: va bene come strumento di comunicazione interno alla protesta, ma a lungo termine mostra i suoi limiti.

Facebook, d’altro canto, pur essendo ben strutturato come social media e indubbiamente molto diffuso, è limitato e controllato dalle autorità cinesi. I contenuti a favore delle proteste sarebbero facilmente individuati e bloccati.

Twitter, invece, è costruito intorno al concetto di viralità. Usando i giusti hashtag è facile diffondere velocemente informazioni attraverso l’intera rete. Inoltre, e questo è il motivo principale per cui è stato scelto, molto diffuso in America e in Europa, per cui i manifestanti hanno pensato – bene – di usarlo per sensibilizzare l’audience occidentale circa situazione di Hong Kong.

Questi tentativi non sono rimasti inascoltati, anche se non tutti sono stati felici del messaggio. Il 19 agosto di quest’anno, infatti, Twitter ha denunciato apertamente il governo cinese di aver utilizzato oltre 200.000 account falsi per screditare i dissidenti fornendo informazioni e immagini volutamente fuorvianti e, a volte, false.

Ciò che davvero è interessante è che non è la prima volta che succede. Sembra che molti di questi account fossero già stati usati per screditare gli attivisti antagonisti del governo di Pechino. Il procedimento è semplice: vengono subappaltate società esperte in botnet, in grado di generare molti account falsi in poco tempo che diffondono meccanicamente informazioni false.

Il grande cannone della censura

Dopo quest’apparente sconfitta, la risposta del governo cinese non si fa attendere anche se il terreno di scontro cambia.

È il 31 agosto. Appena dodici giorni dopo la denuncia di Twitter ha inizio uno degli attacchi DDoS più grandi che si siano registrati.

Un attacco DDoS, letteralmente Distributed Denial of Service, è basato su uno script inserito nelle “porte d’accesso” di determinati siti che ne reindirizza il traffico verso un unico sito target. Il server sul quale il sito si trova, in genere, può rispondere a un numero limitato di richieste per cui, quando questo numero viene raggiunto o superato, il sito va giù.

Questo è esattamente ciò è successo al forum LIHKG, la base operativa degli HK protesters, quando nell’arco di 16 ore, dalle 08:00 alle 23:59, ha ricevuto la bellezza di 1.5 miliardi di richieste. Al picco dell’attacco sono stati registrati 260 mila richieste per secondo e circa 6.5 milioni di utenti unici.

Un attacco su larga scala che è stato definito il Great Cannon.

La provenienza dell’attacco è certa visto che è stato possibile risalire agli IP di aziende cinesi filogovernative attraverso l’analisi dello script utilizzato. Tra queste il nome certamente più rilevante è Baidu, il Google cinese, che esclude categoricamente la propria partecipazione a questo attacco, ritenuto anche dalle autorità di Hong Kong illegale.

proteste hong kong
Un monito da non ignorare. https://www.instagram.com/libertarian_renegade/

World Wide Weapon

In un mondo in cui la fama si calcola attraverso il numero di likes di Facebook e la bellezza con i cuori di Instagram, le guerre si combattono così.

Diffamazione, repressione, spionaggio, tutto passa attraverso il web. Non ci facciamo mancare niente, neppure l’atomica a quanto pare. Un’arma di repressione di massa per ridurre al silenzio qualunque opposizione.

Allo stesso modo, però, ci viene concessa una libertà più importante di ogni altra e di cui spesso ci dimentichiamo. La libertà di informarci. Una libertà non semplice, visto che non basta trovare le informazioni ma bisogna anche saperle interpretare e contestualizzare

E allora informatevi. 

Condividete, con l’intento di rendere partecipi gli altri. 

Commentate, nel senso originario del termine, senza criticare.

Usate i likes per esprimere qualcosa di più di un consenso.

Oppure no. Tanto sono solo social.