La censura su internet è un gran brutto affare. 

L’hanno imparato a loro spese le più grandi web companies del mondo. La loro più grande forza, gli utenti e i loro contenuti, sono divenuti nel tempo la loro più grande debolezza.

Questo perché hanno promesso qualcosa che non potevano garantire: la libertà d’espressione. Concetto da sempre problematico questo, eppure fondamento di ogni democrazia che si rispetti. Fino a dove si estende la libertà di esprimere ciò che si pensa? Quali responsabilità ci assumiamo nel dire pubblicamente ciò che pensiamo? Ne conosciamo fino in fondo le conseguenze?

Per quanto strano possa sembrare, non sta a noi trovare la risposta a questi interrogativi. A questo dovranno rispondere i giganti del web che vengono, loro malgrado, ritenuti responsabili delle informazioni circolanti all’interno dei loro servizi.

Partiamo con una rassegna delle content policy dei maggiori portali sul web che hanno fatto dell’interazione il loro maggior valore. Dopodiché vediamo di trovare insieme qualche risposta che abbia un senso.

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Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, alla recente interrogazione al Congresso circa la sicurezza di Libra.

Twitter

L’uccellino azzurro si è ormai affermato come il preferito nella comunicazione politica. La sua natura altamente virale nel diffondere rapidamente trend attraverso l’uso degli hashtags ha attirato, e a ben vedere, chi della diffusione delle idee ha fatto un mestiere.

Sia in Italia, grazie all’ormai famigerato @matteosalvinimi, che fuori, parliamo ovviamente di @realDonaldTrump, questa comunicazione politica ha assunto toni spesso discutibili.

Se da un lato determinati tweet sono, in effetti, considerati di interesse pubblico dalla piattaforma, trattandosi di personaggi di rilievo, si è reso anche necessario limitarne la cattiva influenza sugli utenti in presenza di messaggi di cattivo gusto incitanti all’odio.

Per questo motivo, con un comunicato sul blog ufficiale, Twitter ha deciso di porre una stretta a questi tweet utilizzando gli strumenti a sua disposizione: l’infrastruttura.

I tweet, infatti, non verranno brutalmente oscurati se ritenuti di interesse pubblico, ma ne verrà limitata la diffusione, disattivando i commenti e la possibilità di ritwittare e di condividerne i contenuti.

Facebook

Il buon vecchio Mark e il suo gigante blu non se la sono passati tanto bene ultimamente.

Le insicurezze della Libra Association non sono state d’aiuto durante l’interrogazione del CEO di Facebook al Congresso, dove è stato messo in dubbio non soltanto il sistema che dovrebbe gestire la criptovaluta, o meglio le criptovalute, ma tutta l’infrastruttura del super social network.

Sono così riemersi tutti i suoi scheletri nell’armadio, giusto in tempo per Halloween, tra cui il fantasma delle fake news. Questa annosa questione che Facebook si trascina ormai da tempo è ancora ben lontana dall’essere risolta.

Gli sforzi in questo senso sono stati molteplici: limitazione della diffusione delle notizie false, chiusura di profili falsi e pagine di dubbia provenienza, miglioramenti del sistema di segnalazione.

Purtroppo la battaglia è ancora lontana dall’essere vinta, ma il motivo non è dovuto alla svogliatezza o al disinteresse di Zuckerberg e soci. Tra poco ci arriviamo.

YouTube

Sì, è vero, YouTube non è propriamente un social network, quindi perché è qui?

Perché anche se rimane una piattaforma di condivisione video, il lato social di YT è stato sempre di più pompato da Google che, poverino lui, era rimasto senza un competitor diretto in quest’ambito. Ed ecco apparire le stories di YT, i post di YT e anche i sondaggi di YT.

Questa chimera videosocial è, ad oggi, in costante ascesa: il contenuto video è il più diffuso in assoluto. Ma se ci sono dei vantaggi nell’unire queste due anime, vi sono anche degli svantaggi.

Il formato video è molto problematico da analizzare e catalogare, oltre al fatto che ne vengono caricate quantità vertiginose dagli utenti. Circa 500 ore di materiale video al secondo vengono caricate su YouTube da tutto il mondo.

Una mole incredibile di dati, ben al di là del controllo umano, che ha reso obbligatorio per la piattaforma fare ricorso all’automazione e a content policy sempre più precise e dettagliate per impedire ai contenuti tossici di approdare sulla piattaforma.

Non sono mancate le critiche, visto che molti canali hanno visto gli sforzi di tanti anni di lavoro vanificati dall’algoritmo di YT che ne ha chiusi moltissimi per motivazioni ritenute inconsistenti, per voler essere buoni.

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Di social ce ne sono davvero tanti e ognuno ha le sue regole.

Tutta colpa della pubblicità

Ora che abbiamo visto il come, possiamo parlare del perché.

Eh sì, perché anche se ognuno di questi signori continua a sforzarsi nel trovare una soluzione al problema della censura dei contenuti forse si è perso di vista il punto centrale della questione. È fuor di dubbio che le fake news e i tweet al fulmicotone di certi politici siano un problema. 

Ma la responsabilità è davvero della piattaforma? 

I social network, in cui eccezionalmente includiamo anche YouTube, hanno due caratteristiche particolari di cui bisogna tenere conto nel rispondere a questa domanda.

  1. I social network non producono contenuti, ne permettono solo la condivisione.
    Senza i propri utenti un social network cos’è? Un’immensa infrastruttura e niente più. Non ha un prodotto da venderci. Non produce niente di per sé. Siamo noi a produrre dei contenuti che in seguito scegliamo di condividere in queste piattaforme, perché sappiamo che raggiungeranno un numero immensamente più alto di persone di quante noi, da soli, non potremmo mai raggiungere.
  2. I social network vivono di pubblicità.
    Ormai questo dovrebbe essere abbastanza ovvio, ma è importante rendere chiaro questo concetto. Un social network costa. Come tutti deve pagare le bollette a fine mese. Eppure nessuno dei sopracitati ha un qualche abbonamento o costo. Questo perché, offrendo in dote la propria utenza e i suoi dati, un social attira gli investimenti di aziende interessate a pubblicizzarsi.

Ora seguitemi perché questo è il passaggio fondamentale.

Se un social non produce niente e il suo prodotto siamo noi, come fa a mantenere degli standard qualitativi sufficienti a convincere gli advertisers a usare la propria piattaforma per sponsorizzarsi? Attraverso le content policy.

Tutti gli sforzi compiuti in questo senso servono a migliorare sì la qualità del servizio per gli utenti, ma soprattutto a mantenere la piattaforma allettante per i pubblicitari. Devono rendere conto a queste persone, in definitiva.

Quindi, per quanto possiamo esserne convinti, i social network non sono liberi e non lo sono mai stati.

La vera libertà

Internet è libero. Vero. Ma quando scegliamo di pubblicare un contenuto su, diciamo, Facebook è a lui che dobbiamo rendere conto. E dobbiamo seguire le sue regole perché è lui il padrone di casa. Perché anche lui ha degli obblighi.

La politica si sta rendendo conto tardi di quanto la comunicazione online sia importante in un moderno stato di diritto, per cui la legislatura in materia spesso è manchevole o addirittura assente. Nell’attesa la via più facile è quella di mettere alle strette i proprietari delle infrastrutture perché gestiscano la cosa.

Quindi i social devono rendere conto ai pubblicitari, alla politica internazionale e ai milioni di utenti che utilizzano la loro infrastruttura e che vorrebbero poter dire e fare ciò che vogliono.

A pensarci bene questa imposizione della libertà d’espressione sembra essere un trend in ascesa negli ultimi tempi. È fin troppo facile mettere da parte la fatica della libertà, dandola per scontata.

Finché loro faranno la loro parte, dando un’esperienza di utilizzo uguale per tutti e non nociva, noi dovremo fare la nostra.

E se un giorno saranno loro a fare un passo nella direzione sbagliata, saremo noi a rimetterli sulla giusta strada. Magari con una lettera come questa.