contro l'hate speech online

Basterà un ID contro l’hate speech online?

È di qualche giorno fa la proposta avanzata dal deputato renziano Luigi Marattin che propone una soluzione quanto mai drastica per fermare l’avanzata dell’hate speech online: l’iscrizione ai social network tramite documento d’identità.

Una proposta che al momento si è concretizzata in una raccolta firme, ma niente di più. 10.000 firme per eliminare alla radice la bestia nera del mondo social, almeno in Italia. 

Questi sono i fatti. Adesso, però, è il momento di andare oltre e guardare alla questione in modo diverso. Cercando di capire i motivi di questa proposta e le conseguenze della sua – seppur improbabile – attuazione.

L’imputata

La proposta al momento si trova sul sito del nuovo partito a conduzione renziana Italia Viva. In cima alla pagina campeggia un titolo eloquente: Basta fake: stop ai profili falsi sui social network.

Paragonando Facebook, Twitter ed Instagram ad editori di giornale che dovrebbero controllare le loro fonti, la proposta sarebbe quella di associare ad ogni profilo un documento identificativo per poter eventualmente rintracciare e perseguire gli odiatori professionisti.

La ragione sarebbe la cattiva influenza di questi profili falsi che – cito testualmente – drogano la discussione politica sulla rete

Purtroppo il testo non dice molto altro, ad esempio, sul come realizzare un collegamento efficiente tra le piattaforme sopracitate e lo Stato o i cittadini. 

L’obiettivo invece è molto chiaro: responsabilizzare cittadini troppo zelanti nell’esprimere la propria opinione e piattaforme troppo lavative quando si tratta di difendere la libertà d’espressione dei loro utenti.

hate speech online marattin
Il deputato di Italia Viva, Luigi Marattin.

Cos’è l’hate speech online?

Prima ancora di analizzare la proposta in sé, forse sarebbe utile dare una definizione di hate speech online. In questo caso, infatti, non si parla di semplice odio.

L’odio in sé non è un problema. Fa parte della natura umana e un mondo senza odio sarebbe un mondo incompleto – e poco proficuo per simpaticoni come me.

Quello che si combatte è l’odio divenuto persecuzione, aggressione, diffamazione, esclusione. È un odio che si converte in un’azione dannosa per chi ne è il bersaglio. Una violenza perpetrata lentamente e ripetutamente dal branco di haters.

Troppo bello per essere vero

Questo tipo di odio, nella maggioranza dei casi, non è difficile da rintracciare. Queste persone hanno nome e cognome in bella vista e dichiarano di esprimere liberamente la loro opinione, forti del sostegno dei loro commilitoni. 

Per cui per perseguire penalmente queste persone un documento d’identità, spesso e volentieri, non serve, avendo anche a disposizione l’IP di chi scrive.

Inoltre non sarebbe nemmeno applicabile una barriera all’ingresso tanto stringente. 

I social network sono entità che si muovono ben oltre i confini nazionali, quindi si interfacciano con molte realtà giuridiche diverse.

In genere, i social network non fanno grandi differenze tra un paese e l’altro facendo affidamento sulle proprie content policy che applicano indistintamente a tutti – sul come lo stiano facendo ne abbiamo già parlato.

Se un’eccezione deve esser fatta deve anche valerne la pena. È il caso della Cina, ad esempio, che ha imposto regole tutte sue ai social network più famosi che, per non perdere una gran bella fetta d’utenza, hanno ceduto alle restrizioni del PPC che ci tiene a tenere sotto controllo i propri cittadini.

L’Italia, semplicemente, non ha questo privilegio. Non ha l’autorità per imporre una restrizione tanto pesante a un gigante come Facebook, che probabilmente ignorerebbe una richiesta del genere vista la ridotta utenza italiana e le infrastrutture obsolete. Insomma, il gioco non vale la candela, neanche se rossa, bianca e verde.

Se a questo aggiungiamo, come molti prima di me hanno fatto notare, l’incognita della sicurezza nel cedere a delle multinazionali il controllo sui documenti d’identità di mezza popolazione, è facile capire le critiche mosse al deputato circa la sua proposta.

hate speech online proposta
La proposta sul sito di Italia Viva è ancora disponibile. Certo, se siete ancora interessati…

What if..?

Ma poniamo per assurdo che la cosa vada in porto. Che Facebook, Twitter & company accettino di buon grado di farsi carico di quest’onere. 

Quali potrebbero essere le conseguenze?

Innanzitutto potremmo essere messi da parte nelle strategie di marketing sul web di grandi compagnie. Questo perché targetizzare il pubblico italiano con una sponsorizzata sulle piattaforme social significherebbe andare incontro a delle limitazioni: il profilo o la pagina responsabile dovrebbe essere registrata con un documento d’identità italiano, pena l’impossibilità di accedere.

In più, limitando l’accesso alle piattaforme, anche il bacino d’utenza si ridurrebbe drasticamente, riducendo ancor di più l’attrattività del nostro paese.
Come conseguenza a questo processo, probabilmente l’utenza esclusa da queste restrizioni si sposterebbe su altre piattaforme, visto che la proposta non sembra riconoscere altri social che non siano Facebook, Twitter e Instagram. O, senza troppe difficoltà, usare delle VPN per accedere indisturbati alla rete italiana nascondendosi dietro IP stranieri, non rintracciabili.

Soluzioni semplici a problemi complessi

Quale che sia il punto di vista, la proposta contro l’hate speech online di Luigi Marattin non sembra una grande idea. Non perché manchi di buona volontà, sia chiaro. Non è un processo all’intenzione. Semplicemente non si è presa sul serio la questione.

L’odio in rete è un problema serio e proprio per questo andrebbe trattato in modo altrettanto serio. Se devono essere presi dei provvedimenti in merito devono essere pensati e strutturati con una consapevolezza di fondo.

Questo dibattito potrebbe essere la svolta necessaria per dar vita a delle azioni concrete nel garantire il rispetto del prossimo anche in rete. Magari sarà proprio Marattin a ravvedersi. C’è speranza per tutti in fondo.